L’uso di espressioni che evocano l’esercizio della professione legale è idoneo a correlare la garanzia allo svolgimento tout court dell’attività professionale

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza 3 febbraio 2022, n. 3288, interviene in materia di interpretazione del contratto di assicurazione stipulato da un avvocato. Nella fattispecie, la polizza, accanto alle formule prestampate, recava anche delle parti dattiloscritte ove si faceva espresso riferimento alla circostanza che l’assicurazione era stipulata dalla parte nella sua qualità di esercente la professione legale. L’oggetto della controversia riguarda l’esegesi del testo contrattuale, per comprendere se la polizza copra (o meno) il rischio professionale per l’attività svolta dall’avvocato.

Innanzitutto, gli ermellini ricordano che l’interpretazione del contratto è un accertamento di fatto riservato al giudice di merito, in quanto postula l’indagine della comune volontà dei contraenti. Tale accertamento è sindacabile in sede di legittimità solo in presenza di vizi di motivazione o di un errore di sussunzione.

In secondo luogo, non è possibile interpretare l’intero contratto alla luce di una singola clausola senza considerare il senso globale del negozio (art. 1362 c.c.). La polizza va interpretata alla luce del criterio di buona fede contrattuale e, trattandosi di un contratto concluso mediante moduli o formulari, si applica l’interpretazione contro l’autore della clausola (interpretatio contra stipulatorem) ex art. 1370 c.c.

Infine, in caso di contrasto tra la formula dattiloscritta e quella prestampata, prevale la prima, ai sensi di quanto disposto dall’art. 1342 c. 1 c.c., a mente del quale le clausole aggiunte al modulo o al formulario prevalgono su quelle prestampate.

In conclusione, l’interpretazione corretta alla luce dei criteri ermeneutici previsti dalla legge è che la polizza stipulata dal legale nella sua qualità di avvocato copra i fatti rientranti nello svolgimento della professione.

Fonte “Altalex.com” del 17/02/2022